La regola sui giocatori naturalizzati e il suo impatto sulla pallacanestro italiana
La nazionale maschile italiana di pallacanestro fa da tempo affidamento su talenti nati all'estero, ma una regola poco nota della FIBA limita la misura in cui la squadra può rinforzarsi in questo modo. I regolamenti FIBA limitano ogni squadra nazionale a un solo giocatore naturalizzato: uno straniero (inclusi quelli di origine italiana) che acquisisce il passaporto dopo aver compiuto 16 anni.

Questo ha avuto un impatto concreto sull'Italia: Christian Burns e Jeff Brooks, due importanti giocatori italiani con lo status di naturalizzati, non possono scendere in campo insieme, con l'Italia che ne alterna le presenze nelle competizioni per restare entro il limite di un solo giocatore.
La norma applicabile è chiaramente enunciata nei Regolamenti Interni ufficiali della FIBA. Per rappresentare una squadra nazionale, un giocatore deve essere nato in quel paese e/o possedere (o aver posseduto) un passaporto valido rilasciato da esso, con la federazione tenuta a presentare una dichiarazione scritta. Tuttavia, per un giocatore nato all'estero — anche se di origine italiana ma nato oltreconfine — si applica un controllo ulteriore. Un giocatore può essere considerato "non naturalizzato" ai fini FIBA solo se ha ottenuto il passaporto prima dei 16 anni, anche in assenza di un legame di sangue. Chiunque altro è soggetto al limite di un solo giocatore.
Il testo ufficiale del regolamento, distribuito alle federazioni nazionali tra cui quella italiana, lo specifica chiaramente: «Una squadra nazionale che partecipa a una Competizione FIBA può avere un solo giocatore nella propria squadra che abbia acquisito la nazionalità legale di quel paese per naturalizzazione o con qualsiasi altro mezzo dopo aver compiuto l'età di sedici (16) anni». Anche le seconde nazionalità rivendicate tardivamente contano come "naturalizzate" se acquisite dopo i 16 anni, sottoponendo i giocatori a tale limite, a meno che non venga concessa un'esplicita deroga di idoneità.
Il tetto si applica sia nelle tradizionali competizioni cinque contro cinque della FIBA, sia negli eventi 3x3, sottolineando la natura fondamentale di questa norma.
Il Segretario Generale della FIBA, Andreas Zagklis, ha sottolineato pubblicamente la centralità e la stabilità di questo regolamento. Nel 2023 ha dichiarato che «come regola, il Central Board è chiaro: un giocatore naturalizzato per squadra. Questo è il principio n. 1 che non vedo cambiare». Il suo sostegno inequivocabile alla norma smentisce qualsiasi ipotesi secondo cui la FIBA potrebbe essere pronta ad ammorbidire la propria posizione.
I selezionatori italiani hanno dovuto applicare nella pratica questa rigida restrizione. Un articolo del marzo 2019 ha spiegato nel dettaglio come la norma abbia costretto Brooks e Burns a «lottare per un posto» per entrare nel roster poiché «non possono giocare insieme». L'articolo faceva notare che la FIBA ammette giocatori nati all'estero come non naturalizzati se ottengono il passaporto prima dei 16 anni, anche senza un legame di sangue, mentre gli atleti di origine italiana con un passaporto tardivo restano soggetti alla restrizione del posto singolo.
Per la pallacanestro italiana, la norma può imporre momenti decisivi di scelta. Questa restrizione resta l'elefante nella stanza.
Tuttavia, la regola si applica anche alla stragrande maggioranza della pallacanestro maschile internazionale. Nell'ambito del diritto sportivo della FIBA,
In conclusione, la difesa da parte di Andreas Zagklis del tetto di un solo giocatore naturalizzato come «principio n. 1» della FIBA e l'esplicita applicazione della norma sia agli eventi 5 contro 5 sia a quelli 3x3 sottolineano la centralità di questa regola per il basket internazionale. Qualsiasi dibattito su questa norma equivale a mettere in discussione uno dei pilastri fondamentali della politica FIBA in materia di idoneità.